martedì 8 maggio 2012

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lunedì 17 ottobre 2011

Il sonno Caro... dei Siciliani

"Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali"

Secondo questa antichissima usanza pastorizia, la transumanza, quando il clima diventava troppo rigido o viceversa troppo arido, le mandrie si spostavano o verso le "marine" – qundo era freddo – o verso la colline - quando faceva troppo caldo.

Il tutto era una faticosissima pratica da svolgere a piedi. Pastori, mandrie, cani e campanacci impiegavano anche lunghissime giornate per migrare verso territori più consoni al pascolo e alla sopravvivenza delle greggi.

In sicilia come in gran parte dell'italia rurale, questo era l'unico modo per garantirsi il "pane quotidiano", almeno per i pastori.

Ma Palermo, città dalle mille contradizioni, e i palermitani, cittadini del paradosso, forse volendo essere più innovativi dei loro connazionali, hanno pensato di rompere ben presto le loro radici poco pastorizie per coniare mode e usanze più creative e in linea con il loro essere flessibilmente effimeri come la moda impone.

Ecco così una transumanza di idee e comportamenti che a secondo delle mode che si avvicendano nella città, migrano da una piazza all'altra ma non si scollano dalle balate.

Sarebbe stato più logico e prevedibile "usare" e sfruttare ciò che di bello e utile può donare, il mare una volta abbandonati i campi. Ma anche qua Palermo sorprende perchè il rapporto con le sue acque è stato più temuto che desiderato. E i paermitani hanno preferito andare controcorrente ed essere inconsapevolmente eccentrici inglobando una moda tutta loro nella quale si sono fagocitati ed autoesclusi quasi compiacendosene.

Del mare i palermitanni hanno l'idea quasi di dono divino che di dono ha però ben poco. Dal mare sono venuti gli invasori, dai fenici ai piemontesi, che hanno depredato e invaso. Ecco quindi il rifiuto dilagante e stagnante. Una moda stigmatizzata, una credenza cristalliazzata ancora ai giorni nostri. Il mare nemico, ambiguo, portatore di disgrazie e sciagure. Sembra quasi un pensare alla moda in modo angoscioso.

I palermitani hanno la strana propensione all'autovittimismo, al voler cercare a tutti i costi il marcio, il sudicio, la colpa anche laddove è evidente la ricchezza e la floridezza. Il bene donato è per loro dovuto non richiesto; di questo ne fanno un vanto perchè loro, cittadini sopra le righe meritano questo e altro, loro popolo eletto e toccato dalla benevolenza divina.

I palermitani soffrono di un radicato quanto inconsapevole complesso di superiorità. Tutto è motivo di vanto persino l'arroganza maleducata diventa moda di pensiero e azione aldilà di ogni status.

Hanno la rara capacità di mettersi al centro del mondo, sono fermamente convinti che tutto giri intorno a loro e se le cose vanno male è comunque per colpa degli Altri... . Pronti ad puntare il dito contro l'altro per esorcizzare il timore di guardarsi dentro.

Un'etica del perfezionismo tutta auto referenziale che ruotando su se stessa finisce con il distruggersi. I palermitani non fanno nulla per senso civico comune, per consorziare i loro beni e interessi nell'ottica di un miglioramento o di un perfezionamento.

La posizione di sottomessi quasi li accomoda in un torpore e in una rassegnazione "verghiana". Amano fare la bella vita davanti lo straniero, l'ospite; ma non sanno comandare a casa loro. E a casa loro diventano i vinti, i conquistati, i colonizzati. Mandrie di Pecore che silenziosamnete obbediscono al pastore di turno.

Amano soffocare di attenzioni e riguardi l'amico , il visitatore, non per reale senso di ospitalità bensì per ostentare il finto benessere cosicchè se ne parli e ci si ricordi che a Palermo cè gente ricca e potente e che gli "amici veri", i "galantuomini", la gente di "rispetto" si trova solo qua.

Altro paradosso tutto palermitano. Sono pronti ad immolarsi come agnelli al sacrificio dell'onorata società per gli stessi motivi per i quali l'onorata società li sacrifica sull'altare dell'onore. Quasi un rituale precostituito dove si avvicendano le tecniche sacrificali secondo le mode e le circosatnze; ma il pensiero, la credenza, rimangono schiavi sottomessi e volontari.

Non è l'incapacità di ribellarsi che manca, bensì è l'orgoglio dell'appartenenza al "gruppo" che prevale.

L'ambiente insegna che solo chi sottomette merita rispetto. In nome di questo rispetto, si tradisce, si complotta, si pascola nel prato più verde calpestando sfrontatamente anche il proprio sangue. Madri che rinnegano figli, figli che coprono padri, padri che consegnano figli..... non si può neanche più chiamarla mafia ma è solo frutto di pura decadenza culturale tutta palermitana.

A Palermo più sei spregiudicato più sei rispettato. La storia della città è piena di casi in cui la speranza di una manna, di un miglioramento, di un domani lavorativo o sociale, è legata ai voleri del signorotto gattopardesco che tutto sistema e nulla fa.

Palermo, quinta città più popolosa d'Italia, onora ancora oggi la pratica della transumanza con una variante però: le mandrie non sono inconsapevoli e disciplinate pecorelle devote al buon pastore bensì voraci schiavi alla mercè dello più spietato scafista.

Katia Manenti

venerdì 14 ottobre 2011

SIAMO TUTTI SCHIAVI


Cosa vuol dire essere schiavi? quale evoluzione ha avuto questa drammatica parola, come è declinabile ai giorni nostri? Cosa ci rende oggi tutti schiavi? È questo l'interrogativo più contemporaneo sul tema. Perché una certezza l'abbiamo, che lo siamo, siamo tutti schiavi; non più di pirateschi mercanti di uomini ma della stessa struttura sociale che ci siamo creati attorno. Siamo tutti schiavi e oggi il nostro aguzzino si chiama Stato di Necessità.

Singolare come scrivendo queste due parole emerge la loro duplice valenza, siamo schiavi di uno Stato nel senso più istituzionale, che ha perso qualunque valore di rappresentatività e interesse comune; Necessità che ci costringe e distrae, impegnati in maniera estenuante nella lotta quotidiana per garantire alla propria famiglia un tetto e un tozzo di pane.

È ormai troppo facile lasciare corda a un eloquenza che ci porta a dire che la casta, i banchieri, e i finanzieri ci fanno fare quello che vogliono e soprattutto fanno quello che vogliono, e noi tutti zitti e buoni. In realtà parliamo e combattiamo contro un sistema perfetto, creato su misura per tutelare i grandi interessi mondiali potendo contare su milioni e milioni di schiavi che non possono permettersi il lusso di scendere in piazza e urlare il loro dissenso. Perché quel giorno, e ce ne vorrebbero tanti, di protesta volontaria sarebbe non retribuito e pagato a caro prezzo da chi anche se non ha più niente da perdere trova nella linea sottile che divide disperazione da sopravvivenza ancora un ancora di salvezza.

Siamo schiavi perché nessuno di noi molla quello che sta facendo per manifestare per un cambiamento che ancora oggi resterebbe possibile, lo siamo perché al momento del voto è, alla fine, preferibile votare per l'amico dell'amico, perché le persone oneste e serie si tengono lontano dalla politica e da i posti di gestione sociale, visto che ne sarebbero triturate, schiavi di noi stessi e della natura umana che in senso evolutivo è ancora indietro rispetto a un modello sociale, si pensato, ma mai realizzato. Lo siamo perché l'onestà conta meno della disonestà, lo siamo perché nel dubbio preferiamo la strada più comoda, lo siamo perché tra di noi non c'é nessuna reale solidarietà sociale, perché al diritto preferiamo l'amicizia di qualcuno. Lo siamo perché non vogliamo alternative.

Non lo saremo più quando la disperazione supererà la sopravvivenza ma non sarà un buon momento comunque.

lunedì 10 ottobre 2011

Riflessioni sulla Formazione Professionale in Sicilia

In ogni paese industrializzato la formazione professionale è uno dei presupposti fondamentali della crescita e dello sviluppo economico e sociale. Favorire il processo di accrescimento e aggiornamento costante delle professionalità, in linea con le esigenze del mercato del lavoro, è un dovere delle amministrazioni pubbliche preposte alle politiche attive del lavoro, oltrecché il naturale presupposto per l'inserimento occupazionale degli inoccupati, dei disoccupati e di tutti coloro che aspirano ad un lavoro. ,Chi governa non dovrebbe dunque avere dubbi sul significato strumentale del sistema della formazione quale sostegno dello sviluppo. Invece, i governanti e i burocrati siciliani, sul ruolo della formazione, hanno avuto un’idea tutta loro, in “leggera controtendenza” rispetto al resto del mondo. Infatti nel lontano 76’, la Regione, con la legge n. 24/76, dotò il territorio siciliano di uno strumento di regolamentazione delle attività di progettazione ed erogazione della formazione professionale, dichiarando l’obiettivo di accrescere con tale strumento le conoscenze e la cultura propedeutiche all'accesso al mondo del lavoro. Naturalmente, il valore didascalico di siffatta legge assume portanza in un contesto integrato di interventi legati alle politiche attive del lavoro che un Governo pone in essere e che deve vedere coinvolti in azioni congiunte le Imprese e loro associazioni, le Camere di Commercio e l’Unioncamere regionale, in quanto osservatorio e centro ricerche sul mondo siciliano delle imprese e del lavoro, nonché gli Atenei e i loro Dipartimenti, i sindacati dei lavoratori, etc. Dunque, un lavoro complesso che avrebbe dovuto mirare a capitalizzare la spesa di finanziamento della legge 24/76 non relegandola a semplice posta passiva di bilancio. I Governi da allora succedutisi hanno lavorato, certo alacremente, alla valorizzazione della legge 24/76 ma, come abbiamo già avuto modo di dire, in “leggera controtendenza” alla logica di strumento a servizio allo sviluppo socio economico territoriale. L’hanno usata invece a fini dell’ottenimento, consolidamento e rafforzamento del consenso politico, isolando la legge, invero buona, in un circolo vizioso di assunzioni “accompagnate”, di distribuzione selvaggia di sussidi ai disoccupati, di proliferare di enti, talvolta di emanazione sindacale, collusi e conniventi con la politica in cambio del privilegio di diventare soggetti inamovibili e imprescindibili del sistema di potere e di elargizioni finanziarie legato alla citata legge 24/76.

Così, dal 76’ sino al 2002, la legge 24/76 è stata appannaggio di una loby formata da una ventina di refer…Enti della politica di ieri, ma anche di oggi, visto che molti degli attori sono sempre gli stessi. A questa loby partecipavano sigle sindacali rappresentate da Enti di formazione quali IAL CISL, oggi IAL Sicilia, soggetto sganciatosirecentemente dalla CISL ma diventato ente di riferimento del PD (con il diretto coinvolgimento degli On.li Papania, Cardinale, Genovese, Adragna, …………), ENFAP (in conto UIL), etc., ma anche sigle diverse dai sindacati, come l’Associazione Nazionale delle Famiglie degli Emigranti (ANFE) e pochi altri, alcuni dei quali già scomparsi per “bancarotta accertata” (vedi Centro Radio), o in via di scomparsa (vedi CEFOP, già sospeso dal Piano formativo 2011 perché privo dei requisiti di regolarità contributiva richiesti e da qualche giorno definitivamente sospeso dal CGA).

L’appartenenza a un oligopolio, ha permesso ad ognuno di questi soggetti di gestire volumi importanti di finanziamenti pubblici, partecipando alla costruzione di un modello formativo inadeguato ad assicurare l'inserimento professionale di inoccupati o disoccupati, ma certamente utile come ammortizzatore sociale, distributore di sussidi, seppur minimi, a queste categorie. D’altronde, la politica preposta all’erogazione dei finanziamenti ha utilizzato la propria potestà/discrezionalità nel riconoscere o meno i finanziamenti e/o di determinarne l'entità, per “invitare” gli enti ad assecondare le proprie “aspettative” in termini di avvio al lavoro di parenti, amici ed elettori, che altrimenti avrebbero avuto difficoltà a trovare una occupazione in una terra dove il posto pubblico era, ed in parte lo è ancora, l'unica politica attiva del lavoro, l’unico segnale politico di lotta alla disoccupazione dei nostri Governi (non è un caso che proprio in questi giorni il Governo Regionale ha varato una delibera con la quale ha istituito il ruolo unico del personale appartenente ad enti/organizzazioni/società partecipate dalla Regione Sicilia, assicurando continuità occupazionale ai “loro” raccomandati).

Per comprendere il livello degli interessi messi in ballo dalla legge 24/76 bisogna confrontarsi con il numero di assunzioni realizzate (tutte senza concorso pubblico) sino al 31/08/2008, numero questo che supera le ottomila unità: CEFOP, mille dipendenti circa, oggi tutti da ricollocare o da mandare in pensione, se maturata; ANFE, circa ottocento dipendenti, di cui oltre duecento già avviati alla mobilità e alla CIG nel 2011; Enti di emanazione sindacale (IAL ed ENFAP) circa duemila dipendenti. I restanti suddivisi fra tutti i cosiddetti enti medio piccoli, entrati nella legge 24/76 tra il 2002 ed il 2006.

Naturalmente, una volta saturati gli organici degli enti, i nostri bravi politici, pur di mantenere inalterato il privilegio di scegliere e raccomandare indiscriminatamente, hanno chiesto assunzioni in eccesso, sia rispetto alle effettive necessità di gestione, sia rispetto alle risorse finanziarie assegnate, coprendo il maggior costo con sistemi di finanza pubblica “creativa”: ci riferiamo alle integrazioni di finanziamento, atti illegittimi questi che recentemente hanno condotto l’attuale assessore Centorrino e l’ex Dirigente Generale, Gesualdo Campo (oggi ai Beni Culturali, premiato con l’assunzione della figlia all’Ufficio di rappresentanza della Regione a Bruxelles), al rinvio a giudizio presso la Corte dei Conti per un danno erariale di oltre 1.000.000 di euro. Più esplicitamente se le risorse finanziarie assegnate risultavano insufficienti per coprire i costi delle assunzioni richieste, bastava che l’ente rendicontasse a consuntivo il maggior costo sostenuto alla voce “personale” rispetto al preventivato/finanziato, che gli veniva riconosciuta una integrazione di finanziamento pari al maggior fabbisogno dovuto alle nuove assunzioni. Meccanismo perverso che ha determinato l'incremento costante delle risorse finanziarie occorrenti per realizzare i Piani formativi annuali della 24/76. Infatti, il costo consuntivato di ogni anno risultava pari alla somma del finanziamento decretato e delle integrazioni, diventando automaticamente il consolidato dell'anno successivo. Così ha funzionato per anni il sistema: è stato appesantito progressivamente il costo della legge 24/76sul bilancio della Regione; ha prevalso la logica perversa di una sub-cultura politica dominante, invece dello sviluppo socio-economico nel territorio; ha perseguito politiche clientelari, distributive di privilegi, dove tutte le parti sono soddisfatte e remunerate, chi finanziariamente, chi elettoralmente, chi gratificato senza merito di un posto di lavoro. Un intrigo di interessi difficilmente smontabile. Fino al 2002, anno in cui il sistema, rimasto chiuso per oltre 25 anni, viene aperto ad altri operatori della formazione, prolificati in virtù delle opportunità introdotte nel mercato dai fondi europei. Infatti, dal 1989 in poi, alla Sicilia, insieme ad altre regioni dell’Unione Europea contraddistinte da un basso livello di sviluppo socio economico rispetto alla media europea, furono destinati grandi quantità di fondi per finanziare iniziative locali mirate ad annullare progressivamente questo gap di sviluppo. Una quota importante di questi fondi era ed è rappresentata dal Fondo Sociale Europeo, deputato a sostenere le politiche attive del lavoro nei diversi territori della Comunità. La formazione professionale è una delle attività imprescindibili di queste politiche. Il territorio fu così indotto ad attrezzarsi per fruire di questi fondi. Si assistette alla proliferazione di enti formativi, alla diffusione di best practises (pratiche prese a modello da sistemi avanzati sperimentati in altri territori comunitari), etc., così sviluppandosi un sistema di offerta locale più complesso e diffuso sul territorio rispetto a quello costituito dalla lobby degli Enti storici della legge 24/76.

Questo nuovo assetto puntava sulla flessibilità organizzativa, sulla creazione di reti di espertises e di professionisti, quali fattori strategici necessari ed adeguati a misurarsi costantemente con l’attualità della domanda di formazione, con la necessità di creare sistemi integrati di professionalità endogene in grado di inserirsi e gestire i nuovi e più moderni processi di produzione nella logica di assecondare le necessità del sistema produttivo locale, ma anche di potenziare la mobilità del lavoratore in ambito extraterritoriale.

Naturalmente questi nuovi organismi si sono candidati anche per fruire dei finanziamenti della legge 24/76. Molti con esito favorevole, divenendo, in molti casi, veri modelli di flessibilità funzionale alla qualità del servizio erogato. La competitività di questo modello appare subito evidente. I nuovi enti possono garantire il rispetto dei budget e il contenimento della spesa e questo tipo di gestione si contrappone subito a quella degli “Enti storici” della legge 24/76, dei quali alcuni rimangono impantanati nella diseconomicità delle proprie scelte gestionali, spesso “border line” rispetto alla piena legalità e, in alcuni casi, forse anche del tutto illegali (vedi CEFOP). Per questi motivi il rinnovamento del sistema con l’ingresso di nuovi soggetti nella legge 24/76 è stato visto come una violazione di “proprietà privata”, sia da parte degli enti storici, i quali percepivano come “concorrenza sleale” l’agilità e l’adattabilità costante di questi soggetti, ma anche da quella parte della politica, verso cui i nuovi enti hanno dimostrato insofferenza e indisponibilità al compromesso.

Ma veniamo all’attualità del processo storico della legge 24/76, oggi “Piano Regionale dell’Offerta Formativa”. Non era possibile che l’implosione progressiva di vecchie e nuove problematiche all’interno del sistema durasse all’infinito. Così, quando gli attuali governanti non hanno più potuto piegare il sistema ai propri interessi “elettorali”, complice anche l’attuale congiuntura internazionale di crisi che richiedeva e richiede il contenimento della spesa e la lotta agli sprechi, hanno pensato a una riforma che avrebbe dovuto funzionare da apripista a nuove alleanze, sgretolando i vecchi accordi tra politici ed enti di formazione, ritornando a un sistema chiuso dentro cui dovevano stare “la nuova politica” e pochi “grossi” refer…Enti. Se vi fossero dei dubbi su questa affermazione da parte di chi si sentisse accusato di qualcosa, ricordiamo gli albori della riforma che, vi anticipiamo, è comunque abortita miseramente. Le linee di indirizzo che inizialmente furono suggerite ai “tavoli” di concertazione, creati nella speranza di condividere una pseudo-riforma con la maggior parte degli attori chiave del sistema, “intellighenzia” inclusa ed “enti nuovi” esclusi, furono improntate alla creazione di poli formativi di grosse dimensioni (in termini di monte ore di formazione) in modo tale che si annullasse l’attuale polverizzazione dell’offerta formativa e la Regione potesse “avere a che fare” (parole testuali prese a prestito da capi di gabinetto, assessori, dirigenti generali, governatori, etc.) con pochi enti propensi a “consegnarsi”, in una logica facilmente comprensibile per chi aveva interesse a ricreare un sistema chiuso e non aperto al “libero mercato”. Ma i tavoli di concertazione furono presto dismessi a causa di insanabili contrasti tra gli interessi ivi rappresentati: il contenimento della spesa e il mantenimento dell’utilità del sistema, l’esigenza di dare continuità occupazionale ai lavoratori della formazione e la necessità di ridurre i costi, dove la contraddizione più grande era rappresentata dal contrasto d’interesse all’interno di uno stesso corpo, quello del sindacato dei lavoratori, presente a detti tavoli sia in veste di rappresentante dei lavoratori occupati nella formazione che in quella di datore di lavoro.Si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco !

Ed allora il Governo, quello di ora, del rinnovatore, della politica creativa, del dividi et impèra, una volta compreso che non poteva più servirsi del sistema, per assoggettarlo ai propri scopi “politici”, ne progetta la distruzione, lanciando accuse al sistema della formazione regionale per voce dei suoi più insigni rappresentanti. Tra questi ci piace citare il Governatore, l’apice della cupola (non certo per i suoi contatti con mafiosi e simpatizzanti della mafia che incontrava “a suo dire” solo per redimerli), che ha stigmatizzato come la formazione, quella della legge 24/76, sia stata un pozzo senza fondo capace, in vent’anni (o giù di lì), di fagocitare risorse pari a quelle che sarebbero servite per costruire tre ponti sullo Stretto. Certamente c’è da chiedersi che ruolo ha avuto costui durante questi vent’anni e se la sua figura politica sia stata così irrisoria e marginale da essere certi che non avrebbe mai potuto opporsi a questo “banchetto”, neanche solo rifiutandosi di dare indicazioni politiche per l’assegnazione di posti di lavoro al proprio entourage elettorale (sarebbe interessante chiedere lumi a questo proposito al dr. Perricone, Presidente del fu CEFOP, e/o alla d.ssa Genny Parlagreco, direttore CEFOP, nonché candidata alle scorse regionali in una lista secondaria del MPA). Potremmo anche andare oltre per dimostrare che certe affermazioni rappresentano pura demagogia. Potremmo ad esempio chiedere a questo Governo di tecnici perché tra i tanti “pozzi senza fondo” non ha scelto di dismettere gli Enti cosiddetti “inutili”, come invece avrebbe fatto qualunque “buon padre di famiglia”, e che invece rimangono in piedi per opportunismo politico che,contro ogni logica di gestione economica, spinge a spendere denaro inutile per mantenere i privilegi ai grandi elettori, quelli in grado di orientare grandi masse di voti.

Ma non intendiamo far perdere forza al nostro discorso sulla legge 24/76, annacquandolo con discorsi generalisti di perniciosità di questa “casta”. Faremmo un torto a tutti quegli operatori della formazione che oggi sono stati dati in pasto all’opinione pubblica per nascondere i (misf…) atti e l’insipienza di questo Governo. E che sono stati costretti ad impegnare beni di famiglia e perfino le fedi di nozze pur di mangiare. E allora, parliamo di Ludovico Albert, il savoiardo. Non vuole essere un offesa l’indicazione della provenienza territoriale dell’attuale Dirigente generale del dipartimento istruzione e formazione professionale della Regione Siciliana, ma l’evidenza del fatto che si è voluta affidare la regia della procedura di “annientamento” della 24/76 a un corpo estraneo alla Sicilia che, in quanto tale, non ha una vicenda professionale e relazioni con il territorio con cui confrontare il proprio agire. Un semplice killer (ovviamente in senso figurato e solo rispetto alla 24/76) senza volto e senza storia per la Sicilia e per i siciliani; un Terminator dotato di morale pura che non riconosce alcun’altra prerogativa del suo ruolo che procedere senza “se” e senza “ma” verso l’obiettivo decretato dal suo dante causa: annientare l’attuale sistema garantendo solo pochi enti storici (IAL CISL oggi trasformato in IAL Sicilia sotto la guida del PD o l’ANFE per il quale si rincorrono voci che presto sarà sottratto alla gestione del suo patron storico Paolo Genco per passare sotto altra regia). Parte così una sequela di atti del Governo (delibere di giunta direttive per l’Assessore e per il Dirigente Albert), a cui seguono decreti e circolari assessoriali, decreti e circolari del dirigente generale il cui esito è il Piano dell’Offerta Formativa 2011. “Piano formativo”, questo, che di riforma del sistema non ha niente. Anzi è la negazione di ogni e qualunque regola di buon senso e legalità. Ed in alcuni casi addirittura immorale. L’avviso pubblico n. 5/2011 che regolamenta la partecipazione degli Enti di formazione al Piano regionale dell’offerta formativa 2011, introduce semplicemente uno stop alle assunzioni selvagge attraverso la statuizione di un parametro unico di finanziamento, limite “invalicabile” del costo/ora di formazione, che decreta l’impossibilità di ricevere integrazioni finanziarie aggiuntive ed eccedenti detto parametro unico, inducendo così i grossi Enti a mettere in mobilità migliaia di lavoratori in esubero, il cui costo non è più sostenibile con questi nuovi criteri. Ma Centorrino & C. non vogliono essere accusati di essere artefici e responsabili del dramma di tanti lavoratori e delle loro famiglie. Così introducono una normativa che li salva, secondo loro, dall’accusa di “cinismo” politico, ma che è solo “cura palliativa” per accompagnare questi lavoratori fuori dal mondo del lavoro a poco a poco. Viene riportato in auge l’Albo unico dei formatori (mai abrogato ma solo dimenticato), cui possono iscriversi tutti gli assunti nel PROF entro il 31/12/2008, Albo questo a cui devono obbligatoriamente attingere tutti gli altri enti inseriti nel Piano per completare l’organico necessario a realizzare le iniziative formative. Ma prescindendo dal fatto che il PROF non riuscirà mai ad assorbire tutto questo eccesso di unità lavorative, esiste anche un diritto alla libertà di impresa che è sancito dalla Costituzione e che viene meno, a dispetto della competitività del nostro sistema locale di settore e della “flessibilità” propria degli enti medio piccoli, che il sistema disprezza e combatte perché efficienti ed indipendenti dalla politica. Così anziché favorire il proliferare di un sistema efficiente e professionale conalta capacità di rispondere velocemente e costantemente alle variazioni della domanda reale del mercato, si continua a mantenere un sistema inadatto alle sfide di crescita del sistema Sicilia. In buona sostanza, il Piano 2011 è rimasto invariato nel numero di monte ore complessivo e nella sua distribuzione fra gli enti, ma gli esuberi di personale, creati dal già descritto meccanismo di scambio di favori instauratosi in passato tra politici ed “enti storici”, vengono caricati sul groppone degli Enti nuovi arrivati, additati ad arte da chi ha avuto spazio sui mezzi di informazione, quali colpevoli del tracollo della legge 24/76 e del suo progressivo appesantimento sul bilancio regionale. Ben presto però, ci si accorge, che questo meccanismo, creato per dare continuità occupazionale nel settore, è inattuabile, almeno per l’annualità in corso, ma non solo. Infatti, quei “geni” che hanno legiferato in proposito non hanno pensato alla fattibilità concreta del meccanismo, ai tempi di realizzazione delle procedure previste, che non sono sovrapponibili ma consecutive e propedeutiche l’una all’altra. Si pensi a un termine perentorio di conclusione delle attività del Piano fissato entro novembre 2011 e decretato nel giugno 2011. Parliamo di cinque mesi di tempo per: completare la costruzione dell’Albo unico da parte del Dipartimento Istruzione e formazione professionale, redigere le liste di mobilità con migliaia di nuovi inserimenti da parte degli Uffici del Lavoro e evadere tutte le richieste di professionalità occorrenti agli Enti e posti in lista di mobilità. Si pensi infine al tempo necessario per giungere ad un accordo con le professionalità individuate nelle liste in concorso con altri Enti sino al completamento del tempo pieno per ognuno di essi. Parliamo di tempi tecnici per i quali forse non basta neanche un semestre, a cui si devono aggiungere i tempi necessari a realizzare i corsi di formazione: parliamo di altri cinque/sette mesi (di cui la politica non si occupa, infatti parrebbe che non importi a nessuno di come si fa la formazione ma solo come questa può servire alle aspettative della politica).

Ma naturalmente il Governo Regionale, ed i suoi degni rappresentanti, non contenti di aver fatto diventare la formazione professionale una sequela di ostacoli, talvolta resi insormontabili ad arte, prolifera una serie di avvisi che complessivamente mettono a bando più di un miliardo di euro nel triennio. E per non smentire l’approssimazione con la quale hanno governato il sistema negli ultimi hanno pubblicano avvisi (236/91 – OSS – OIF – ex PROF) che puntualmente hanno rettificato, modificato, aggiornato all’infinito. Fino alla prossimità della scadenza, che naturalmente hanno prorogato e riprorogato con scuse e motivazioni che nascondono approssimazione, incapacità, inadeguatezza e ……. spregiudicatezza …. interessata. Intollerabile !!!! La sequela incessante di atti contraddittori, di atti che correggevano, integravano, interpretavano i precedenti è stato il leit motif dell’iter di “riforma del PROF” (abortita miseramente) del PROF 2011 e del PROF 2012 (oggi avviso 20/2011), che invero, leggendo tra le righe (e anche sulle righe) finirà per avvantaggiare gli enti storici a dispetto degli enti nuovi, medio piccoli. Quindi premiando coloro i quali oggi, dopo avere dimostrato di essere sati causa del fallimento del sistema (in connivenza con la politica), hanno posto in mobilità e/o Cassa Integrazione Guadagni buona parte del personale in esubero. Trasferendo sulla Sicilia ed i siciliani il costo delle loro disfatte e della politica clientelare a cui si sono piegati “consensualmente”. Tutto questo non ha fatto altro che creare insicurezza e nervosismo nel settore, allarmando i lavoratori e le loro famiglie che, improvvisamente, hanno visto sconvolto il proprio mondo, i propri programmi di vita, basati sul poco ma certo. Vorremmo terminare con un’esortazione al Presidente dei siciliani in carica. La smetta di parlare di alleanze, di chiedere la loro conferma, insomma di affrontare discorsi incomprensibili per chi sta vivendo il dramma di non poter più affrontare la quotidianità. Approdi costui alla magia del fare, del fare per i siciliani. Oggi i fatti dicono che costui e la sua Giunta di tecnici, quelli del savoir faire per intenderci, non ha speso 1,8 miliardi di euri dei fondi assegnati dall’UE alla Sicilia per l’annualità in corso. E ci esimiamo, per semplicità di ragionamento, dal parlare di quelli del 2010. Spenderli era un obbligo e la prova di una capacità tecnica, prioritario di fronte a qualunque altro tema politico, esiziale per la stabilità sociale in un momento di crisi nera dove l’immissione in circolazione di queste risorse avrebbe dato ossigeno all’asfittica economia siciliana e ai siciliani, “avrebbe” potuto fare ripartire un po’ i consumi a beneficio della produzione e del commercio, etc., etc., etc. Le riforme possono camminare parallelamente a un certo lavoro di routine degli assessorati e dei loro dirigenti e funzionari. Di questo tipo di lavoro stiamo parlando, o no ? E non ci dica, come è solito rispondere a chi ha eccepito questa inconcludenza tecnica del Governo che è “meglio non spendere che spendere male”. Lo dica a chi oggi è un nuovo povero o a chi sta per chiudere un’attività mandando a casa gente che contava solo sul salario. E poi, perché non fa in modo che si spenda bene. I siciliani e la Sicilia non possono ne aspettare ne fare a meno di queste risorse loro assegnate solo perché costui e i suoi tecnici non sono in grado di spenderli “bene”. Senza considerare che l’incapacità della spesa comunitaria si è tradotta nell’aumento della spesa a carico del bilancio regionale e nello sforamento del patto di stabilità, che porterà a brevissimo al blocco completo della spesa, ed alla disfatta della Sicilia.Qualcuno inizia a vociferare sull’esistenza di un veto assoluto ad Assessori e Dirigenti Generali di Dipartimento di spendere un “euro” che il Governatore non sappia e su cui non abbia dato indirizzi. E’ il caso della formazione in agricoltura la cui graduatoria è ferma sul tavolo del dirigente Generale Barresi da mesi, parrebbe perché tra gli ammessi a finanziamento ci sarebbero pochissimi o addirittura nessun ente amico, disponibile ad elargire prebende per ingraziarsi la politica. Che dichiara di essere cambiata con finti proclami ed azioni pseudo eclatanti, ma che alla fine è più clientelare di prima, con l’aggravante di non saper fare proprio nulla. Tranne che spendere poco e malissimo. Non può che prendersi atto che la situazione è drammatica e che la formazione professionale è solo uno degli aspetti più drammatici di una disfatta delle mediocre politica di questo governo regionale che ha messo in ginocchio l’economia siciliana, ma che ha riservato prebende e premi ad amici e parenti di sostenitori conniventi (vedi il marito della sen. Finocchiaro, tanto per fare un esempio). Proprio per questo, lo stesso Albert, che da poco ha compiuto i suoi 60 anni, ha già anticipato ad alcuni suoi “amici” che se le cose dovessero andare ancora peggio di così è pronto ad andare in pensione, “mettendola in saccoccia” alla Sicilia ed ai siciliani. Non prima di avere completato la sua missione di distruzione del sistema formazione. DA QtSicilia.it

domenica 9 ottobre 2011

Il discorso di un genio... grazie Steve

Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.

Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?

Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete... questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato - ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione - il Macintosh - un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni...

venerdì 7 ottobre 2011

Consulenti? Si grazie questa settimana altri 3.

Ancora consulenze in casa Regione. Nonostante la bufera mediatica che si è abbattuta sugli esterni chiamati dall’amministrazione regionale, l’ondata di esperti non sembra arginare il suo corso. Tre, le nomine in questa settimana, tra cui quella di Margherita Scola, (ri)chiamata da Elio D’Antrassi (nella foto). Nel solo 2011 è la quarta volta che Scola viene chiamata all’assessorato all’Agricoltura, per un compenso complessivo di oltre 23 mila euro lordi. Il particolare è che la consulente, laureata in Scienze Politiche e specializzata in Scienze del Governo e delle Amministrazioni, oltre ad avere un curriculum di tutto rispetto e un’esperienza ventennale alle dipendenze del Ministero dell’Interno, è anche sposata con Giuseppe Schiavo, componente dell’ufficio di gabinetto dell’assessore che le ha nuovamente confermato l’incarico. Ad ogni modo, fino a fine anno Scola si occuperà di programmazione, “supporto giuridico economico all’iniziativa legislativa di competenza” e monitoraggio di beni confiscati alla mafia.
Alla Salute, invece, è stata chiamata Francesca Intorcia, nominata dal dirigente generale del dipartimento per la pianificazione strategica, in qualità di medico competente. Una figura professionale, quella del medico competente, prevista da un decreto del 2008 e che costerà alle casse della Regione 17 mila euro per un biennio, fino al 2013. classe ‘67, Intorcia viene da Marsala, è laureata e specializzata in Medicina e Chirurgia a Palermo e ha collaborato con numerosi enti pubblici, come il comune di Prizzi o il consorzio di bonifica e la capitaneria di porto di Trapani.

L’ultima consulenza arriva all’assessorato regionale guidato da Andrea Piraino, dove si sta pensando a una legge di riforma sulla tutela e la valorizzazione della famiglia. Il disegno di legge già nei prossimi mesi potrebbe iniziare il suo iter legislativo, passando dalla giunta regionale, per poi approdare alla commissione competente all’Ars ed essere successivamente discusso a Sala d’Ercole. Intanto, prima di procedere nel lungo percorso, all’assessorato alla Famiglia è stato appunto nominato un consulente, a titolo gratuito, per un “approfondimento delle principali criticità manifestate oggi dalle famiglie siciliane”, al fine appunto di predisporre il disegno di legge di riforma di una legge quadro già esistente. Il nuovo consulente entrato nella famiglia di mamma Regione, per restare in tema, è Giuseppe Russo, avvocato, che fino a metà dicembre si occuperà dello studio sui nuclei familiari dell’Isola.

Classe 1943, Russo ha 5 figli, ha lavorato alla Provincia di Palermo e fino alla metà degli anni ‘90 è stato dirigente della Regione. Oggi esercita la libera professione e vanta numerosi incarichi in organizzazioni che si occupano di famiglia. Dal 2002, infatti, è presidente provinciale dell’Associazione italiana genitori, dal 2004 è presidente provinciale del Forum delle associazioni familiari e vice presidente regionale di Confcooperative. Dal 2008, infine, Russo è componente dell’Osservatorio della Famiglia proprio nell’assessorato guidato da Piraino, da cui è stato chiamato.
e noi zitti e buoni buoni